La conoscenza percettiva dell’opera d’arte | Intervista ad Alberto Erosi

Geyser n. 4 - Arabian nights 70 x 70 cm Acrilici su tavola di cartone vegetale

Dialogando con l’opera si prende consapevolezza, e la consapevolezza porta ad una maggior sicurezza. Se si capiscono delle cose, si ha la possibilità di lasciarle andare e accettarle così come sono.

Nel mondo dell’arte contemporanea, soprattutto quando non è figurativa – o, ancora peggio, quando è di tipo concettuale – capita molto spesso di sentirsi completamente spaesati davanti ad un’opera. Questa è una delle principali ragioni per cui la gente tende ad allontanarsi da questo tipo di linguaggio, sentendosi completamente estranea e lasciata fuori, con il risultato che invece di sentirsene incuriosita, tende a non interessarsene affatto. “Tanto non la capisco”.

Ma è proprio per questo che amo parlare con gli artisti, rivolgermi direttamente a loro e dargli modo di dare una voce al proprio lavoro, in un mondo in cui troppo spesso questa voce viene ignorata o incompresa. Lo considero un grande privilegio, un’opportunità per comprendere qualcosa ad un livello più profondo.

Alberto Erosi oggi ci dà questa possibilità: ci prende per mano e ci accompagna dentro i suoi dipinti, raccontandoci qualcosa anche di quello che succede durante il suo processo creativo.

Dove ti sei formato e che percorso hai fatto o stai facendo?  

Ho 23 anni, ho frequentato il liceo artistico di Crema, dove sono nato, e adesso sto frequentando la LABA – Libera Accademia di Belle Arti di Brescia nel corso Architettura degli Interni e Design della Decorazione. Sono al terzo anno.

Spiegami, se c’è, il motivo della scelta di operare su due dimensioni e se hai anche realizzato opere di scultura o con altre tecniche.

In realtà credo sia perché la pittura mi permette di esprimere meglio il messaggio intrinseco delle mie opere. Mi sono approcciato alla scultura realizzando delle parti anatomiche, ma comunque poi ci ho lavorato sopra con inchiostri acrilici. Penso che la pittura per me sia più immediata rispetto alla scultura che, per quanto affascinante, mi distoglie dalle sensazioni che l’attimo di ispirazione mi ha dato per esprimere il concetto. Nella mia esperienza ho usato solo la creta, quindi probabilmente questo vale per la scultura tradizionale. Penso invece di potermi trovare bene con un tipo di scultura concettuale, anche se non l’ho ancora provata.
Ho sperimentato anche alcune tecniche di stampa: la linoleumgrafia, la serigrafia e la puntasecca. Forse la serigrafia e la linoleumgrafia sono le tecniche che mi sono piaciute di più, non fini a se stesse, ma sempre applicate in combinazione con altri medium e tecniche.
Per esempio, per ricercare la vaporosità e l’indefinitezza tipiche dei paesaggi cinesi, ho provato a mischiare la limoleumgrafia con uno sfondo fatto a carbonico e fusaggine in un foglio prima intriso di olio di lino. Oppure, provando il monotipo, ho creato degli sfondi di inchiostro con effetto sporcato, e sopra ho realizzato disegni utilizzando una linea libera.

A proposito di tecnica, la tua è mista. Ci sono dei criteri ben precisi con cui scegli cosa utilizzare per le tue opere? Vedo che utilizzi spesso gli acrilici ma anche elementi più “preziosi” come la foglia di rame o a volte qualcosa che possa dare un elemento più materico come l’ecopelle.

Sì, anche se gli elementi non li penso singolarmente, ma li concepisco in una visione d’insieme: lo stato d’animo dell’idea di partenza si traduce naturalmente nei materiali. Già prima di iniziare a realizzare l’opera so già gli accostamenti cromatici e materici da fare.
Dal punto di vista cromatico, ogni colore ha un significato, ma non è detto che sia l’unico possibile. Utilizzo molto la simbologia dei colori perché mi aiuta ad esprimere quello che voglio dire.
La foglia di rame, d’oro e d’argento le utilizzo, sia dal punto di vista formale che concettuale, per conferire brillantezza. Essendo un prodotto metallico è mutevole per via della luce. Mi piace molto il cambiamento di questi materiali, che altera il suo colore a seconda del colore dell’ambiente nel quale è inserito.

Meetings
33 x 48 cm
Acrilici, colla vinilica e foglia di rame su tavola di cartone vegetale

Per gentile concessione dell’artista


L’ecopelle invece l’ho usata perché volevo creare dei contrasti materici e di percezione. L’idea che avevo era che l’opera fosse anche qualcosa da toccare, e quindi sentire le varie texture dei materiali. In realtà, questo è quello che ho pensato quando ho realizzato Labyrinth. Per quest’opera il gioco di texture è la prima cosa con cui il fruitore fa esperienza. Nel senso che mi sono immaginato, durante la sua realizzazione, anche l’istallazione. Il fruitore entra in questa stanza completamente buia e tocca l’opera senza vederla, conoscendola solo dal punto di vista tattile. Ad un certo punto l’opera viene illuminata, facendo sì che lo spettatore possa farne anche un’esperienza visiva. Questo permette che lo spettatore prima, toccando e non vedendo, si incuriosisca fantasticando sull’opera, mentre dopo, quando vede, capisce se la sua idea coincide con la realtà oppure no. Era interessante per me lasciare al fruitore la possibilità di farsi una sua idea. Inoltre, l’idea che il fruitore ha dell’opera non è meno importante di quella dell’opera stessa. L’idea che ha il fruitore dell’opera è essa stessa parte dell’opera d’arte, anche se non coincide con il prodotto concreto finale.
C’è anche un altro aspetto da considerare: toccando e non vedendo, il fruitore tira fuori dei pensieri che molto probabilmente sono nascosti nel suo inconscio, e che andranno ad arricchire l’opera. Quindi, le domande che il fruitore si fa innescano un ragionamento di pensiero che non vendendo l’opera, ma avendo solo elementi tattili, stimola il fruitore a portare fuori delle cose che sono nel suo Io più profondo. Facendo così risveglio qualcosa di cui non ho consapevolezza. Quindi, io non so cosa dipingo, ma lo conosco nel momento in cui l’opera è finita e la analizzo, e lo stesso vale per il fruitore quando ci si ritrova davanti.
Insomma, mi piace giocare anche con elementi materici con texture diverse perché mi piace l’idea di una conoscenza percettiva dell’opera.
Il fatto che l’opera si rovini perché toccata da tutti fa parte del gioco. Non è detto che un’opera d’arte rovinata sia meglio di una nuova. In generale sono favorevole al restauro, ma non in questo caso. In questo mi sono rifatto al flusso di coscienza di Bergson: come il corpo umano, man mano che va avanti nella vita, accumula questa valanga di memoria che si porta dietro e che diventa sempre più pesante, così fa l’opera. I fruitori che toccano l’opera e lasciano la loro impronta, mostrano tutti i passaggi di chi li ha preceduti negli anni. È come un corpo che invecchia, ma quel corpo che invecchia acquista delle particolarità che hanno una loro bellezza, hanno una loro ragion d’essere. Per questo l’opera rovinata non va considerata da un punto di vista della qualità, ma da un punto di vista concettuale. Fa parte del suo ciclo vitale. Un’altra caratteristica: è come se l’opera cedesse dell’energia al fruitore e il fruitore a sua volta dell’energia ad essa. In questo scambio continuo c’è equilibrio e giovamento per entrambe le parti.
Il fatto che sia un labirinto richiama il labirinto concettuale della stanza chiusa senza luce, alla quale il visitatore dovrebbe accedere prima ancora di vedere l’opera e, appunto, toccandola.

Labyrinth
59,5 x 82,5 cm
Foglia di rame con bitume di Giudea e ecopelle bianca su tavola di compensato 5 mm

Per gentile concessione dell’artista

Parlami dei soggetti, raccontami qualche opera e il processo creativo che hai fatto per raggiungere il risultato che cercavi.

Inizio con Geyser n.1. A me piace chiamarlo proto-geyser perché quando l’ho realizzato non sapevo ancora i principi sul quale si fonda la serie omonima. La genesi di quest’opera, per me, è abbastanza inusuale. Ho guardato su YouTube l’intervista dove Michele Bravi parlava dell’incidente dopo due anni di assenza totale dai social. Mentre parlava, mi ha travolto il vuoto che aveva negli occhi e ho sentito l’esigenza di dipingere. Così ho preso la prima cosa che ho trovato – un pannello di cartone vegetale – e ho iniziato a dipingere, con il video in sottofondo. Finito di dipingere, non ne avevo ancora abbastanza, e quindi mi sono messo anche a scrivere. Ed ecco che è nato Geyser n. 1.
Ho chiamato la serie Geyser proprio per questo. Riprendendo il concetto di geyser fisico, ossia di una sorgente d’acqua bollente che emette eruzioni intermittenti, ho deciso di traslarlo sul lato emozionale. Il geyser fisico diventa composto di emozioni: un concentrato di emozioni e sentimenti che, in modo repentino e potente, sgorgano da un punto indefinito dentro o al di fuori dell’opera.
Quindi l’opera si configura anche come una fotografia di un altro mondo, che c’è, ma che non si vede se non nello spazio dell’opera d’arte. Una parte di un mondo invisibile, visibile solo nel dipinto.
Geyser n. 1 rappresenta una battaglia: in primo piano ci sono queste due “torri” nere che sembrano voler togliere lo spazio allo sfondo, che invece è azzurro. Il colore dello sfondo, che rappresenta calma e tranquillità, è coperto da un velo nero, che vorrebbe sopraffarlo, ma non ci riesce. Inoltre, in diversi punti dell’opera ci sono tocchi dai colori azzurro, bianco, grigio e nero. In questo caso, voglio rappresentare il fatto che nulla è netto. Perché l’azzurro “lotta” con il nero, e in questa guerra infinita i due colori si mescolano, dando origine al grigio, che contiene in sé le caratteristiche del nero e dell’azzurro.

Geyser n.1
33 x 48 cm
Acrilici su tavola di cartone vegetale

Per gentile concessione dell’artista

Geyser n. 3, invece, l’ho realizzato una sera tornato a casa dall’università. Il fondo è composto da più colori sulle tonalità del rosso, mescolati insieme in modo da ottenere un effetto morbido. Questo è un riferimento alla monotonia e al piattume fisico ed emotivo in cui l’essere umano rischia di cadere. Ogni giorno le stesse azioni, lo stesso programma, gli stessi percorsi. Così nella vita, anche in quest’opera il fondo è piatto: mai un contrasto netto, mai colori troppo diversi tra di loro, tutto sempre ben amalgamato.
C’è un motivo anche nella scelta cromatica: i colori provengono dal rosso, simbolo di forza, ma vengono smorzati dal giallo e dal bianco, perdendo quindi intensità e potenza, diventando deboli. Quasi al centro è posizionata una “nuvola” di fumo bianca, nella quale, con prepotenza disarmante, si staglia una macchia color magenta vivo. Questa macchia rappresenta un geyser. In questo caso non c’è la volontà di identificare un’emozione particolare, ma la macchia magenta al centro rappresenta la non-volontà di conformarsi all’abitudine e alla routine; la non-volontà di soccombere all’alienazione in cui talvolta la vita ci intrappola.
Inoltre il fatto che il geyser non sia al centro, ma leggermente spostato, ha un significato ben preciso. Per prima cosa, lo spostamento crea una tensione visiva. Secondariamente, il non accentramento permette all’opera di avere più potenziale: se la macchia fosse al centro, avrebbe la simmetria, e avendo la simmetria non servirebbe più spostarla in quanto piena d’armonia. Posizionando la macchia in una posizione non centrale, le combinazioni di spostamento sono molteplici, in quanto non è stata ancora raggiunta la massima armonia. Tuttavia questo maggior potenziale non è una mancanza, ma anzi una ricchezza, in quanto genera una particolarità.

Geyser n. 3
40,5 x 50 cm
Acrilici su tavola di cartone vegetale

Per gentile concessione dell’artista


La serie Hidden, invece, è una presa in giro. Mi sono immaginato un Io ipotetico – che ho raffigurato con il mio viso tramite l’utilizzo di uno stencil – che scruta, sotto strati di colore, il fruitore che sta guardando l’opera.
Anche in questa serie c’è il principio di auto-consapevolezza. Ogni opera ha un mood sia cromatico sia tematico, che però io gli ho attribuito solo una volta completata la realizzazione.  

Hidden
40 x 40 cm
Acrilici su tela

Per gentile concessione dell’artista

Hai scelto la strada dell’astrattismo perché trovi ti si addica particolarmente come forma espressiva o per altre ragioni? Hai realizzato o realizzi anche opere figurative?

Penso che l’astrattismo sia un tipo di pittura non vincolante. Consente cioè di scorgere meglio la possibilità di interpretazione. Ho realizzato anche delle opere figurative di volti con i pastelli ad olio e olio di lino, ma comunque non ho mai abbandonato la pittura astratta. Penso che la pittura astratta mi consenta un ragionamento più ad ampio spettro.
Nella pittura figurativa se vedo un volto lo capisco, in quella astratta mi chiedo sempre il perché di quelle forme di quel dato colore in quella posizione. Quindi mi permette un maggiore stimolo di ragionamento. Ciò che non comprendo pienamente, mi incuriosisce e mi spinge a capirlo.

Ho letto che concepisci le tue opere come delle esperienze conoscitive per te stesso, l’arte quindi per te ha anche un ruolo terapeutico in qualche modo? Pensi possano costituire un’esperienza di questo tipo anche per chi le osserva? Per esempio, io nella serie dei Geyser percepisco un senso di rinascita.

Esatto. Nel momento in cui io inizio a dipingere un’opera, non so quello che sto dipingendo. Questo lo scopro solo ad opera finita, analizzandola. È in questo processo di presa di consapevolezza di me stesso che riesco a capire alcune cose. Così penso possa accadere anche per le altre persone: dialogando con l’opera si prende consapevolezza, e la consapevolezza di aspetti di se porta ad una maggior sicurezza. Se si capiscono delle cose, si ha la possibilità di lasciarle andare e accettarle così come sono. Quindi sì, penso che questo ruolo terapeutico possa essere un’esperienza di scoperta di se stessi anche per le altre persone.

Geyser n. 2
50,5 x 71,5 cm
Acrilici su tavola di cartone vegetale

Geyser n. 6 – Sharp
46,5 x 52,5 cm
Acrilici, foglia di rame e bitume di Giudea su tavola di cartone vegetale

Per gentile concessione dell’artista

Cosa speri per il futuro dell’arte, e per la tua in particolare?

Per il futuro spero di trovare sempre nuovi stimoli da ciò che mi circonda per realizzare le opere. Credo che l’artista sia come una spugna, che in maniera osmotica si deve fare attraversare dalle cose che vive e svuotarsi facendo arte.
Spero di far questo come lavoro e di non smettere mai di cercare.
Per il futuro dell’arte, spero rimanga sempre un faro per capire e vivere il mondo.

Hai fatto anche altre esperienze espositive oltre a quella con Bimble? Com’è andata?

Sì, con Ziggurart. È andata bene. È partito tutto da Instagram, e poi, tramite mail, hanno accettato di esporre le mie opere sul loro profilo.

Dead moths
50 x 40 cm
Serigrafia realizzata con inchiostri acrilici, colla vinilica e glitter su tela

Per gentile concessione dell’artista

Fall
50 x 70 cm
Pittura ad olio, foglia di rame e bitume di Giudea su tela

Per gentile concessione dell’artista

[Questo articolo è frutto di una collaborazione con Bimble, una realtà che ha l’obiettivo di promuovere artisti emergenti e metterli in contatto con locali che possano accogliere le loro esposizioni.]

Per approfondire, dai un’occhiata a questi link:

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