La fotografia è la soluzione oggi per me ideale se si vuole studiare la realtà, intervenire e modificarla e lasciarne una testimonianza visibile e permanente. Mi permette di essere la regista di questa trasformazione e nello stesso tempo la spettatrice sia durante che dopo.
Le donne ritratte negli scatti di Caterina Notte ci raccontano una femminilità rinnovata, che brilla di un’incredibile luce propria. La fotografia è per lei un mezzo preziosissimo, che le permette di indagare la realtà senza però fermarsi a questo. Il suo lavoro è fatto di continua ricerca, di studio del risultato che vuole ottenere, ma nel momento dello scatto è il soggetto a prendere il comando. Gli sguardi e le gestualità emergono da tutto ciò che costituisce il contorno, diventando i veri protagonisti della scena.
I loro occhi, le loro mani, i loro corpi hanno il sapore di una femminilità così autentica che potrebbero essere gli occhi, le mani e i corpi di qualcuno che conosciamo. Si scrollano di dosso decenni di carta patinata e invertono quella che è sempre stata la relazione fra soggetto rappresentato e osservatore: siamo noi che le guardiamo, a diventare l’oggetto. E in certi casi la loro preda.
Arte come responsabilità sociale
Iniziamo dalla tua formazione: che percorso hai fatto e come sei approdata alla fotografia?
La mia carriera d’artista è iniziata a Roma con la prima mostra personale presso l’Associazione culturale “Futuro” di Ludovico Pratesi, curata da Paola Magni. Al tempo frequentavo la Facoltà di Economia dove c’era un’enorme sala computer in cui passavo ore. I miei primi lavori non a caso sono state scansioni del mio corpo e del mio viso ricostruite digitalmente in una dimensione fotografica e stampate su grandi pannelli di alluminio con il lambda.
Genetics è stato un lavoro sul mio doppio, sulla realtà aumentata, sull’altra dimensione. Ero riuscita a ottenere in quella che sembrava una semplice fotografia la realtà di miei possibili doppi. Ho sperimentato poi con il video, soprattutto con la video performance. Il passaggio alla fotografia pura è stato automatico quando ho avuto la necessità di andare oltre me stessa e affondare nella realtà e utilizzare un altro corpo che mi duplicasse. Con il corso alla Fondazione Ratti con Alfredo Jaar ho realizzato quanto fosse necessario avere una responsabilità sociale come artista, così la fotografia mi è sembrata la scelta espressiva ancora una volta più adatta.
La fotografia è la soluzione oggi per me ideale se si vuole studiare la realtà, intervenire e modificarla e lasciarne una testimonianza visibile e permanente. Mi permette di essere la regista di questa trasformazione e nello stesso tempo la spettatrice sia durante che dopo.
Fotografia performativa e performance fotografica
In che modo intendi la fotografia come forma espressiva artistica? In cosa ritieni che il tuo operato si distingua da quello di un fotografo?
Mi piace pensare alla mia fotografia come performativa o a una performance fotografica. Mi fa sentire libera dagli schemi e non statica. Ma il risultato rimane una fotografia pura. Il soggetto è sempre libero sotto la mia direzione. Dietro ogni scatto c’è un lavoro concettuale e formale che dura giorni, ma lo scatto è immediato, veloce e performativo. La figurante è libera di rompere gli schemi o di seguirli, tutto semplicemente accade.
Ho scelto la fotografia perché posso fotografare la realtà che percepisco che di per sé è meravigliosa in ogni sua declinazione, ma posso aggiungere qualcosa prima dello scatto che apra una nuova direzione e il risultato sarà definitivamente fuori dal
binario del reale. Voglio continuare a lavorare in queste crepe e allargarle. L’arte deve assolutamente “performare” il reale. La fotografia come forma d’arte deve procedere in questa direzione.

Quali sono i tuoi modelli di riferimento? Artistici e non solo.
I miei modelli di riferimento cambiano continuamente e realizzo le mie fotografie come fossero dei possibili still-frames di un film, in cui la narrazione si nasconde prima e dopo l’immagine. E sono tutte collegate tra di loro. Il cinema per me è una parte importante; è il sogno, la parte onirica della vita. Credo che se ne colgano molti riferimenti nel mio lavoro – non necessariamente dei miei registi preferiti – per esempio Bergman, Dryer o Hitchcock, il primo Tarantino e Nolan. Al di là del cinema direi che ci sono richiami a Beuys, Hopper e Jeff Wall, e Lindbergh o Ellen von Unwerth nella moda. Non mancano poi i riferimenti alla letteratura, alla filosofia, alla musica.
Il processo creativo e di ricerca
Come nasce l’idea di un progetto in particolare? Raccontami il modo in cui costruisci una campagna fotografica.
Il mio lavoro fin dall’inizio segue una direzione unica, ma periodicamente si aprono nuovi svincoli e quando mi pare possa essere aggiunto qualcosa di importante al mio percorso principale allora decido di affrontarlo. Così mi documento a lungo prima di passare alla fase visiva che poi è quella finale, conclusiva. Cerco di capire nella nuova idea quanta relazione possa esserci col mio lavoro e dove possa inserirsi, mi aiutano molto la filosofia e le nuove ricerche scientifiche, ma non seguo mai idee che – per quanto interessanti – potrebbero rivelarsi in realtà lontane dal mio focus.
Tutto ciò che attira la mia attenzione e che riporta con una linea immaginaria al mio progetto-base è per me fonte di ispirazione. Naturalmente la presenza dell’elemento umano è irrinunciabile. Nella fase realizzativa di solito le cose si complicano, soprattutto perché ho a che fare con persone. La ricerca dei soggetti giusti è molto complicata, lo scopo artistico non mi apre facilmente le porte come verrebbe naturale pensare! Ma alla fine, quando ci riesco, tutto sembra funzionare perfettamente.
Uso i social per diffondere casting o conoscere le mie possibili protagoniste. Guardo le loro foto, i loro post, le storie e quello che scrivono e commentano e quando mi sembra di aver individuato quella ideale la contatto. Tutto quello che viene dopo è una passeggiata!
Predator: la liberazione dallo sguardo maschile
Cosa racconta il tuo progetto Predator?
Con Predator riscrivo la debolezza. È un lavoro nato nel 2010 e ripreso nel 2019. Il focus del progetto è l’impossibilità di essere debole: la debolezza è la nostra potenza.
Ho scelto un nome che portasse da subito l’attenzione al concetto di forza e di potenza ma che giocasse su uno spostamento di equilibrio visivo e concettuale. Le bende richiamano alla nostra mente indiscutibilmente la debolezza, la fragilità, la condizione di vittima, un possibile scenario di guerra. Le stesse bende non nascondono ma lasciano spazio alle mani e agli occhi, che sono estranei da quel corpo che dovrebbe apparire indebolito. La preda diventa Predatore. Invece lo spettatore subisce un destino diverso, da soggetto attivo viene colpito e investito da quella forza e ne diventa preda. La sessualità gioca un ruolo importante in questa mia riflessione, può essere causa di disorientamento o di disagio e si accompagna a una liberazione dallo sguardo maschile.
Sto cercando di rendere il progetto ancora più impegnato sul sociale, affiancandomi ad alcune importanti associazioni contro la violenza sulle donne.
Spero di riuscire a tirarne fuori un progetto incisivo. Predator è non a caso anche una riscrittura della bellezza femminile, privata dello sguardo maschile che ne monopolizza da sempre la rappresentazione dalla pubblicità alla moda. Visivamente la trovo una sfida molto interessante.

Femminilità svelata
Soffermiamoci ancora un momento sulle bende, sul loro uso e su cosa rappresentano nel tuo lavoro.
Le bende sono i legami col nostro mondo, con il nostro tempo ma anche col nostro Io. Non ci coprono e non ci nascondono ma esistono e permettono alla nostra forza di colpire. Esaltano la bellezza degli occhi, della bocca, delle mani e del corpo, evidenziano la sessualità che resta la nostra primordiale arma di libertà.
Sono bende chirurgiche, garze, ma anche corde con nodi cappuccini, fasce di juta o di lino rubate alla terra in cui sono nata, il Molise. Mi preme molto recuperare elementi delle mie origini e consegnare loro una nuova prospettiva nei miei lavori.

Perché i soggetti dei tuoi scatti sono solo donne? Quale messaggio vuoi mandare?
La mia ricerca è partita da me semplicemente perché sono la persona che conosco meglio. Ma procedendo nel mio tentativo di comprendere la realtà ho avuto bisogno di altre figure molto vicine a me, per questo motivo ritengo non funzionale distaccarmene e anzi necessario approfondirle. Così ho iniziato a lavorare sulle debolezze e le paure nascoste nella donna, le stesse che sono in grado di manifestare la propria complessità e potenza. La donna più dell’uomo è una risultante di diversi livelli, complicata ed elaborata.
È multiforme per sua stessa natura. Scoprirla è un’avventura infinita.
Vicinanza e distacco, la fotografia oltre la realtà
Guardando i tuoi scatti percepisco molto distacco dai soggetti rappresentati. Non mi sento vicina a loro ma come se volessero raccontarmi qualcosa da lontano, senza davvero coinvolgermi emotivamente. Cosa ne pensi?
Quello che posso dirti è che io lavoro proprio sul non-distacco. Tra me e ogni mio soggetto c’è vicinanza sia emotiva che fisica, la scelta stessa dei soggetti femminili avviene nel tempo e solo dopo una sorta di riconoscimento. È per questo motivo che posso permettere loro di scardinare la mia scenografia, di fuoriuscire dai miei schemi perché in fondo diventano i loro.
Nello stesso tempo ciò che racconto con la mia fotografia è qualcosa che va oltre la realtà, qualcosa che esiste su un altro livello formale e concettuale e che non è più totalmente riconoscibile come reale, forse è questa la sensazione che tu provi. È una sorta di distacco dovuto al fatto che sei davanti ad una fotografia con elementi reali ma la cui interazione avviene su un livello parallelo non più facilmente identificabile.

Stai già lavorando a qualche nuovo progetto? Quali traguardi ti preme raggiungere nel tuo futuro prossimo di artista?
Certamente, sono iper-attiva. Innanzitutto sto cercando di dare a Predator un’impronta ancora più sociale e di denuncia e nello stesso tempo anche virtuale. Come dicevo sto mettendo su una collaborazione con alcune associazioni contro la violenza sulle donne per esempio, e contemporaneamente sto lavorando a Predator Ubiquity, un evento virtuale che si realizzerà su Tik Tok e altri social. Sto ricevendo già le prime video performance di ragazze sconosciute che si liberano dalle mie bende davanti alla camera.
È molto emozionante realizzare che il mio messaggio viene incorporato da persone che non conosco e che si sentono coinvolte.

Nuove possibilità della fotografia in arte
Un traguardo che mi preme senz’altro raggiungere è esplorare le nuove possibilità della fotografia nell’arte. Concettualmente, formalmente e visivamente. È necessario far confluire nel reale anche l’altra dimensione, quella virtuale che esiste sui social ma che è perfettamente intrecciata con la realtà e che non può più essere trascurata. Ma è importante per me che il risultato sia anche concreto e tangibile, sotto forma di fotografia e di video, non tanto come semplice atto documentaristico quanto performativo.
Tornando ancora alla fotografia, mi preme molto portare avanti il discorso del nudo femminile nell’arte sempre rimanendo dentro la mia visione, dando al nudo però una consapevolezza nuova e una nuova identità. Lo sguardo maschile ha dominato nel tempo le declinazioni del nudo femminile e la sua visione, passando anche attraverso un erotismo patinato di classe, a volte sado-masochista oppure feticista o bizzarro o volutamente eccessivo. Quasi sempre l’autore di un nudo femminile è uomo e con la fotografia questa tendenza si è accentuata.
Da donna voglio liberare il nudo dall’appropriazione visiva maschile, dalla libido o dal voyerismo e consegnare invece un nuovo sguardo al corpo nudo. Mi interessa affrontare il tema della sessualità senza ricorrere ad artifici giustificativi, senza metterlo necessariamente in relazione con altro ma mantenendomi concentrata esclusivamente sul corpo e sulla carne, senza distrazioni visive. Un corpo nudo è il nostro contatto primordiale con il mondo, il nostro primo strumento di percezione, sarebbe per me totalmente controproducente disorientare lo sguardo dello spettatore. Trovo utile immaginare il corpo come una sonda Voyager in grado di portarci enormi quantità di informazioni sul nostro mondo, ma il suo orientamento deve essere estremamente preciso per poter comunicare!

2,952
Estremamente interessante questa fotografa (e tu – come sempre – felice nel porre le domande e acuta nelle osservazioni).
Non capisco però quando afferma:
“sarebbe per me totalmente controproducente disorientare lo sguardo dello spettatore”, perché è evidente che le sue performances fotografiche non possono non essere spiazzanti per noi spettatori, non abituati a questo tipo di linguaggio visivo!
Certamente condivisibili le tematiche che affronta.
E attraenti (ancorché sconcertanti) le immagini che realizza.
Certamente è un’artista di grande personalità.
Però – a ben pensarci – il senso di quell”affermazione potrebbe essere questo: non vuole che lo sguardo dello spettatore venga sviato, per così dire, dall’osservazione di quello che lei intende rappresentare con quelle immagini.
È certamente una “lettura” della femminilità originale e interessante.
Ben distante dai soliti stereotipi.
Proprio così! L’artista vuole rompere quegli stereotipi, e farci osservare l’universo femminile con occhi nuovi.
Grazie per il tuo commento Giacomo. Esattamente, non voglio che lo spettatore sia ingannato nella visione da me proposta con elementi che non fossero utili alla comprensione, inseriti magari solo per “acchiappare”, il mio messaggio è invece volutamente diretto e preciso, senza compromessi.
Efficaci le domande che Giulia Di Giacomo pone all’artista Caterina Notte le cui foto di donne con bende richiamano in maniera forte i legami con cui ancora oggi le donne sono strette e co-strette nelle loro vite in ogni parte del mondo.
È vero, le bende possono suscitare anche questo tipo di riflessione sull’universo femminile. Certamente nell’insieme è di grande impatto visivo.
Ho letto con interesse l’articolo. Beh, non è così comune vedere un’artista che si mette totalmente in gioco e che ha il coraggio di argomentare in modo così lucido la propria visione. Personalmente ad una prima lettura sono d’accordo su quasi tutto il suo pensiero e, da assiduo frequentatore di fiere d’arte sono rimasto stupito dalla potenza ma anche dalla bellezza delle opere di questa artista che non conoscevo. Complimenti alla giornalista per avermela fatta scoprire. Spero di godere ancora nei prossimi articoli del suo “fiuto”
Grazie per il tuo commento Antonio! Felice di averti fatto scoprire qualcosa di tuo gradimento. Non sono una giornalista, ma da storica dell’arte che si concentra prevalentemente sul contemporaneo, cerco sempre di scovare personalità interessanti.